Home » News & Rubriche » Criminologia » Anni ‘50: il mistero che avvolse via Belluno

femminicidio1Da “Quaderni Romani” a cura dell’avv. Luciano Randazzo e della dott.ssa Angela Allegria

Prosaicamente le chiamavano mondane, nell’Italia castigata, clericale, un po’ ipocrita, degli anni Cinquanta. Erano donne di vita, progenitrici delle attuali escort. Erano le vere regine della notte. Delle ormai mitologiche notti trasgressive, dove la voglia di dimenticare solitudini e le paure della guerra si univano alla speranza di ricchezza e benessere che una società da tempo globalizzata stava già esportando come modello da imitare.

Roma, Capitale un po’ grassa, papale, becera, non era affatto immune da queste illusioni che una democrazia imposta un po’ troppo frettolosamente aveva contribuito ad esaltare, facendone la scelta di vita che aveva aggredito certi costumi repressi e castigati e che il fascismo aveva imposto. La notte diventava magica a tutti i costi. Anzi la vita, quella vera, doveva essere vissuta intensamente di notte. Il giorno era la quotidianità, mentre l’illusione era notturna. Le mondane erano essenziali in quel contesto di falso benessere, dove il denaro e il lusso sfrenato erano fondamentali. In Parlamento era in discussione la “Legge Merlin”, che nel 1956 avrebbe portato all’abrogazione del sistema di prostituzione statale, con la chiusura di tutte le case di tolleranza, come venivano definiti i bordelli nel linguaggio tipico dell’Italia mentalmente bipolare. Roma pullulava di queste donne, che gravitavano nei vari locali notturni, nei grandi alberghi sparsi nel centro della Capitale. O, come si diceva allora, nei luoghi di vita, dove le parole d’ordine eranp divertimento e spensieratezza. Il giorno era un’altra storia, la quotidianità era bandita.

Vi erano mondane che stanziavano nei dancing e nei night club. Oppure quelle che passeggiavano sui marciapiedi di Roma: non potevano stare ferme, dovevano camminare, perché una vecchia norma in materia d’ordine pubblico della legislazione fascista puniva l’adescamento in quanto era considerato reato. Pasqua Rotta era una di loro, di anni 29, detta la contessa per la sua eleganza e la sua classe: una mondana che passeggiava presso la Stazione Termini. Era madre di tre figli avuti da padri diversi, veniva da Istria, era una profuga, una delle tante vittime italiane della repressione titina costretta ad esiliare a Roma.

Dopo aver battuto i marciapiedi di via del Tritone, Pasqua Rotta aveva iniziato a frequentare la zona un po’ degradata della stazione: era per questo considerata di alto bordo e molto invidiata dalle sue colleghe, oltreché per la sua eleganza. Sempre in tiro, come oggi si dice di una donna che tiene alla sua persona. Aveva una clientela molto selezionata, per questo motivo in molte occasioni era anche odiata. Era benestante, circostanza questa importante, poiché in quel periodo le mondane, se si escludono le abituali frequentatrici di locali di alto livello, erano sostanzialmente povere, indigenti. La chiusura dei bordelli le aveva messe per strada nel senso letterale. La legge, come di solito accade in Italia, non riuscì a dare un’alternativa di vita: un inserimento nell’ambiente sociale a queste povere donne, costrette per vivere a continuare a fare “la vita”, come allora si definiva l’esercizio della prostituzione.

Le statistiche sulla vittoria della nuova legge sullo sfruttamento rivelarono il fallimento totale della Merlin, tranne per rari casi di sistemazioni lavorativo-matrimoniali. Familiari in soccorso, matrimoni salvifici, e in non pochi casi la via del convento che negli anni Cinquanta era ritenuta ancora la migliore strada. Insomma, le poverette continuarono ad essere sfruttate, maltrattate e, soprattutto, abbandonate perché non più galline dalle uova d’oro.

Nasceva la categoria degli sfruttatori, i papponi o ricottari, così chiamati in gergo romanesco e in maniera dispregiativa; quegli uomini che favorivano e sfruttavano le povere donne, percependo lauti compensi per la protezione. Nella penalistica, una delle tipologie delinquenziali più squallide. Belle a questo proposito le storie narrate nel film “Adua e le compagne”, capolavoro del neorealismo con una brava Simone Signoret, che magistralmente interpreta il ruolo della prostituta anziana che si sente fuori dal mondo senza la sua casa chiusa, che vede come una tragica profezia il suo futuro angoscioso ed in totale solitudine. E che dire dell’articolo che Indro Montanelli scrisse in occasione della chiusura della case di tolleranza, “Addio Wanda”, così denso di commovente tenerezza e intensa nostalgia?

Ma Pasqua Rotta economicamente non stava male, aveva soldi a sufficienza che gli permettevano una vita tranquilla, era proprietaria di un appartamento dignitoso in via Belluno, in zona Piazza Bologna: un quartiere del ceto medio, residenziale, dove abitavano prevalentemente impiegati e militari. Una delle zone tranquille di Roma, che in quel periodo iniziava ad essere esclusiva, come avverrà in seguito, e poi non era molto distante dalla Stazione Termini, la sua zona. I clienti però li incontrava in una squallida pensioncina ubicata in via Gioberti, anche questa limitrofa alla stazione. Nel suo appartamento di via Belluno riceveva soltanto ogni martedì un cliente di Viterbo: una persona anziana, elegantemente vestita, che risultò estranea all’omicidio, e che avvenne proprio di martedì. Il viterbese aveva un alibi inconfutabile.

Pasqua aveva anche un fidanzato ufficiale, un amore vero e non di comodo, come in genere avevano le sue colleghe, che mascheravano l’attività di protezione e sfruttamento della loro prostituzione con rapporti sentimentali. Lei, a differenza delle sue colleghe, non aveva protettori, i suoi guadagni non li divideva con nessuno. Marcello Colletti di anni 27 era il suo fidanzato. Aveva un lavoro come impiegato presso l’Ente Turistico, oltre ad essere organizzatore d’avanspettacolo, le riviste tanto in voga a quei tempi, con sfilate di donnine dai nomi ammalianti e d’imitazione esterofila: nella stragrande maggioranza dei casi erano anche loro mondane di livello molto alto, riservate agli ambienti della politica e del potere romano che andava consolidandosi e poi unendosi (spesso) al potere malavitoso (ed accade ancora oggi). Il fidanzato conviveva con Pasqua, in attesa delle agognate nozze, e di quella sistemazione che avrebbe posto fine ad una vita che oramai durava da troppo tempo, e che per le sue difficoltà stava arrivando al capolinea. Le versava tutto il suo stipendio, circostanza questa che non venne presa in considerazione dagli inquirenti, che contestarono al povero Colletti il reato di sfruttamento della prostituzione, così come introdotto dalla Legge Merlin: una attenta analisi contabile rivelava che i proventi in più per l’uomo derivavano solo da una sua collaborazione con la rivista per soli uomini “Mascotte”, dalle copertine davvero accattivanti.

Ma in quell’Italia, in cui l’ipocrisia era la caratteristica fondamentale della vita di relazione, le riviste che venivano pubblicate ad imitazione dell’altrettanto ipocrita nazione americana deponevano male. “La Merica”, come venivano chiamati gli Stati Uniti, con le foto patinate delle maggiorate ridenti, biondissime e in bikini, era il costume da bagno che iniziava già a vedersi sulle nostre spiagge, e poi l’immancabile baby-doll, versione sexy delle nostrane camicie da notte: quelle riviste dovevano essere appannaggio del solo pubblico maschile, da sfogliarsi nelle botteghe di barbiere o in ufficio. Alle donne erano riservate le melense riviste femminili, dove tra una ricetta ed un vestito nuovo castigato si potevano leggere lettere di amori perduti e sogni impossibili, poi norme di galateo e comportamento appropriato. Si potevano anche leggere i reportage di Irene Brin, giornalista ed osservatrice dei modi di vita italiani ampiamente descritti nella raccolta di articoli “Usi e Costumi Italiani”, o anche i primi articoli di Oriana Fallaci che forse leggevano in pochi. Si era impegnati nella cultura d’evasione, la più semplice, quella che non fa troppo pensare e soprattutto evita di ricordare.

L’omicidio di Pasqua Rotta apparve immediatamente appetibile per i richiami mediatici del tempo, perché era stato commesso all’interno di un palazzo borghese, e non in una squallida periferia romana zeppa di degrado urbano e conflitti sociali. Evidenziava a livello d’esecuzione aspetti alquanto morbosi, suscettibili di sollecitare i pruriti del grande pubblico. Il movente, o meglio uno dei tanti, forse troppi che si esaminarono, era a dir poco esilarante: forse un rapporto lesbico, come si indicava allora l’omosessualità femminile, tra Pasqua e una sua amica, mondana anche lei, di nome Gianna Rais. La scena del crimine si presentava molto appetibile per la cronaca giudiziaria: il cadavere di Pasqua era completamente nudo, steso sul letto composto, in ordine, le mani legate dietro la schiena con un laccio di seta, una cinta di cuoio le stringeva il collo, una piccola macchia di sangue accanto alla bocca bagnava il cuscino, sul comodino un preservativo ancora intonso nella sua confezione, i gioielli non erano stati portati via, la borsetta aperta conteneva dei soldi. Il cadavere venne rinvenuto dal fidanzato, il Colletti, poco dopo la mezzanotte, tra martedì e mercoledì, ben due ore dopo il suo ingresso in via Belluno. Elemento questo d’estrema importanza, che non venne tenuto nella giusta considerazione dagli investigatori, e come spunto di indagine da cui partire. Colletti era stato l’ultima persona a parlare con Pasqua, l’aveva incontrata alle ore 19 e trenta a Piazza Barberini, e si erano dati appuntamento la sera a via Belluno. Colletti era stato a casa della madre fino alle 22, non aveva riscontrato una telefonata che Pasqua aveva effettuato alla madre chiedendo esplicitamente del fidanzato. Per quale motivo rinviene il cadavere soltanto dopo due ore circa il suo rientro in casa a via Belluno? Perché si mette a letto e non s’accorge subito che Pasqua era morta e confonde questo stato con un sonno profondo della stessa? E per quale arcano motivo anziché telefonare da casa per avvisare il suo avvocato di fiducia scende e si reca a piazza Bologna in una cabina telefonica pubblica?

Le indagini approssimative, superficiali, inconcludenti, non approfondirono questi importanti aspetti. Limitandosi ad interrogatori privi d’utilità e senza alcun riscontro. Non vennero neppure utilizzate quelle tecniche d’indagine scientifiche, anche se modeste, che iniziavano ad essere centrali nell’attività di polizia scientifica: anche se si era agli albori dei moderni strumenti di ricerca della prova. Non vennero neppure consultati i colleghi della Questura di Milano, che con il commissario Mario Nardone, fondatore dell’attuale Squadra mobile, erano riusciti ad individuare la responsabile di uno dei più orrendi delitti del dopoguerra italiano: Rina Fort, autrice materiale dell’omicidio di una madre e dei suoi tre figli, risultata moglie del proprio amante. Tutto venne lasciato all’improvvisazione di una polizia che in quel periodo forse era portata ad approfondire le indagini di delitti in cui erano coinvolti personaggi pubblici ed esponenti della politica nazionale: memorabili a questo proposito le polemiche che caratterizzarono le iniziali indagini ed il successivo processo per l’omicidio di Wilma Montesi, avvenuto il 9 aprile del 1953 sulla spiaggia di Torvaianica e rimasto anche questo insoluto.

Nel caso di Pasqua Rotta, non fu dato riscontro alla rilevante testimonianza di un tassista, che dichiarò che la sera del martedì 29 novembre ebbe ad accompagnare la stessa Pasqua a via Belluno insieme ad un giovane di circa trenta anni, moro, ben vestito: al tempo per gli uomini l’eleganza era sintomo di benessere ed elevato status. Le cronache dell’epoca diedero risalto a questo dato, e che con il bel giovane ebbe un litigio durante la corsa. Gli investigatori, con la loro patetica ovvietà, considerarono questa circostanza come una comune discussione tra un battona ed il cliente. Anche perché, nella logica indiziaria del tempo, la mondana che discuteva con un uomo era soltanto per un mancato accordo sul prezzo relativo alla prestazione sessuale. Non si poteva discutere evidentemente di altri argomenti. Non si considerò invece la circostanza che Pasqua, in via Belluno, nella casa dove conviveva col suo fidanzato (il termine “compagno” ancora non esisteva) non riceveva i suoi clienti tranne il signore di Viterbo. Ma allora chi era quel giovane trentenne? Gli investigatori non detterò troppa importanza a questo elemento, certamente importante.

Le indagini erano condotte dagli organi di polizia giudiziaria, soltanto alla loro conclusione interveniva il pubblico ministero titolare dell’azione penale. Preferirono la pista del movente passionale, del rapporto lesbico, della morbosa gelosia di una donna, anche perché le modalità di esecuzione dell’omicidio erano troppo precise: come la finezza del laccio di seta rosa che legava i polsi dietro la schiena. Soltanto la delicatezza di una donna poteva aver compiuto quel delitto, e per la concezione del tempo la donna doveva essere delicata e fine in ogni caso. Questo delitto rimase irrisolto, come molti commessi negli Anni Cinquanta a Roma in danno di donne. La maggior parte delle vittime erano prostitute, Luciana Monti, Filomena Porcaro, forse Adanella Mazzuoli. Forse un assassino seriale, che aveva la mania delle rotaie o la fissazione dei treni? Molti di questi omicidi infatti vennero commessi in un quartiere romano posto a ridosso di stazioni ferroviarie, come Termini e Tiburtina.

Rimane un fatto certo, a quei tempi l’omicidio di una mondana interessava soltanto la cronaca nera, cercare giustizia per queste poverette forse poteva urtare anche la suscettibilità di una società incentrata sulla sacralità, sulla famiglia. Le povere mondane uccise? La gente mormorava: “Ma sì, in fin dei conti se la sono cercata, non erano ragazze serie, se lo fossero state la notte sarebbero state a casa a dormire!”.

Riformare la mentalità è cosa lunga e ardua.

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