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Redazione

Il sistema penale italiano: intervista al giurista Vincenzo Musacchio* che sarà pubblicata sul Corriere Canadese a cura di Lucia De Sanctis.

In tempi non sospetti il Procuratore della Repubblica di Milano Gerardo D’Ambrosio mise in guardia dal “protagonismo” di certi magistrati che si proponevano come tutori del “giusto”. Lei cosa ne pensa oggi?

Questo è un problema che ancor oggi esiste. Lo affermò D’Ambrosio sette anni fa e sapeva certamente di cosa stesse parlando. Ovviamente il discorso non è riferibile a tutta la magistratura: c’è però una sua parte che risolve, ad esempio, delitti della pubblica amministrazione o della politica con un intervento diretto e in alcuni casi addirittura sostitutivo. Non in quest’ultimo aspetto che si attua il compito della magistratura.

L’impressione che si ha in questi ultimi anni è l’idea di perseguire il reato a tutti i costi, è così?

Il sistema della giustizia penale serve solo per individuare singole responsabilità su singoli fatti reato, dopodiché il suo esercizio ha un effetto certamente di prevenzione generale, di monito, però non si deve discostare da questo. Il processo penale serve per individuare singole responsabilità, non per fare emergere fenomeni socialmente riprovevoli.

Su queste distorsioni può incidere l’obbligatorietà dell’azione penale?

Assolutamente si! Non è l’unico aspetto ma certamente è un fattore di notevole rilevanza. Il dibattimento, momento centrale ove si forma la prova nel contraddittorio (a differenza del sistema inquisitorio precedente), oramai è una chimera. Le indagini preliminari hanno una durata indeterminata e indeterminabile, in cui tutto è governato non dai giudici, ma dal pubblico ministero. Perciò alla fine occorrerà affrontare il tema del potere dei pubblici ministeri, della polizia giudiziaria e del ruolo dei media nel processo penale. Personalmente sono favorevole alla discrezionalità dell’azione penale e alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

E la ragionevole durata del processo penale?

Altro tema rilevante di questa intervista. Tutto noi vorremmo un processo penale rapido, efficiente e corredato da una sanzione penale effettiva. Uno dei talloni di Achille in tal contesto è certamente l’indeterminatezza della durata delle indagini preliminari. Ovviamente, sia chiaro, non è l’unico.

E quali sarebbero gli altri?

Ne indicherò i tre più importanti, ovviamente, a mio giudizio. Il primo è l’inefficiente organizzazione del “Sistema Giustizia”. Come dico sempre ai miei studenti, noi abbiamo ottimi magistrati che al tempo stesso sono i peggiori in fatto di organizzazione. Il secondo è l’eccessiva “criminalizzazione” di molte condotte che potrebbero essere risolte con sanzioni non di natura penale. Il terzo è la convenienza ad affrontare sempre i giudizi di appello che portino costantemente solo benefici al condannato. Iniziando a porre rimedio a questi tre fattori sono certo si inizierebbe a porre rimedio anche all’eccessiva durata dei processi in Italia.

Discrezionalità dell’azione penale e separazione delle carriere tra p.m. e giudici secondo lei comportano scelte politiche?

Direi scelte di razionalità costituzionale. Se hai un processo penale accusatorio, l’azione penale non può essere obbligatoria, perché altrimenti s’ingolfano gli uffici giudiziari. Vassalli e Pisapia quando scrissero il codice avevano in mente un minimo di dibattimenti celebrati, una discrezionalità dell’azione penale e l’uso rilevante dei riti alternativi. La separazione delle carriere completerebbe una riforma ormai improrogabile.

Sul delicatissimo tema della responsabilità disciplinare dei magistrati cosa ci può dire?

Non ho mai nascosto il mio pensiero sul tema. Sono convinto che sia necessaria una responsabilità civile diretta per errore professionale. Non mi sembra corretto che tutte le figure professionali siano soggette a rischi sempre più elevati e si escluda la categoria dei magistrati. Il magistrato esercita un potere dell’uomo sull’uomo che decide della libertà ed è perciò in grado di rovinare la vita delle persone sulle quali è esercitato. Perché non dovrebbe risponderne se nell’esercizio di tale potere sbaglia grossolanamente?

Secondo lei dopo quello che ci siamo detti quali sarebbero le prospettive future?

Non sono ottimista. Ritengo che solo un governo molto forte e sorretto da un consenso ampio potrà mettere mano alla riforma della giustizia. Mi verrebbe anche da dire, non in tono polemico, che in Parlamento non abbiamo più giuristi raffinatissimi come Aldo Moro, Giovanni Leone, Giuliano Vassalli, Giuseppe Bettiol, Alfredo De Marsico, solo per citarne alcuni che mi sovvengono in questo momento. Questi erano personaggi di caratura internazionale. La cultura penalistica, che affondava le proprie radici in quella che è stata definita la grande “scuola penalistica italiana”, sedeva in Parlamento, occupava cariche istituzionali, fino al vertice della Repubblica Italiana. Questo è un fattore che ha un suo rilievo e che oggi purtroppo non riscontro. Abbiamo però un valore aggiunto. La nostra stella polare è la Costituzione. Partendo da essa possiamo approntare una seria riforma dell’organizzazione giudiziaria e del processo penale che parta dalla reale parità tra accusa e difesa e da un giudice assolutamente terzo e indipendente.

Professore vuole chiudere con un suo pensiero?

Chiuderò con il pensiero di un magistrato, Rosario Livatino, che sposo in toto: “Il giudice di ogni tempo deve essere e apparire libero e indipendente, e tanto può essere e apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato”. Provare a realizzare questo meraviglioso pensiero risolverebbe una buona parte dei problemi della giustizia italiana.

 

*Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale in varie Università italiane ed estere, ha insegnato diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma (2011-2012) è dal 2018 associato della School of Public Affairs and Administration (SPAA) presso la Reuters University di Newark (USA), presidente dell’ Osservatorio Antimafia del Molise e direttore Scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

 

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