Home » I nostri numeri, gli speciali e le interviste » Come reagiamo al Covid-19? I risvolti psicologici in tempo di emergenza. A tu per tu con la prof.ssa Laura Volpini, parte III

 Intervista alla Prof.ssa Laura Volpini – Parte III

Avv. Angela Allegria 

Avv. Federica Federici

Per l’iniziativa #iorestoacasaescrivopernfd pubblichiamo la seconda parte dell’intervista alla Prof.ssa Laura Volpini, Psicologa giuridica e forense, psicoterapeuta, docente presso “La Sapienza” Università di Roma.

Quali sembrano essere i profili più resistenti alle regole e restrizioni? Cosa scatta psicologicamente in coloro che – al netto di coloro che ubbidiscono alle leggi più o meno condivise e considerate giuste – si isolano spontaneamente al di là di norme e limitazioni di legge e chi cerca in ogni modo di eluderle o trovare vie di uscita ai provvedimenti continuando a fare attività e uscire di casa? Sono reazioni che si possono spiegare in che modo?

Innanzi tutto abbiamo osservato dei profili psicosociali di appartenenza geografica, che dati alla mano, sembrano essere stati meno aderenti alle restrizioni. Mi riferisco principalmente alla Lombardia.

Abbiamo visto tutti l’esodo della notte del 9 marzo, verso i paesi del sud, appena è stato annunciato dai telegiornali che quattordici comuni sarebbero diventati, il giorno successivo, ”zona rossa”.

Questo comportamento disorganizzato di centinaia di persone, che in fretta e furia hanno fatto i bagagli e sono partite, non solo ha messo in pericolo, come poi si è visto, i comuni di approdo ed i propri cari, ma potremmo consideralo un comportamento di panico, che non ha neanche tenuto conto che le strutture sanitarie del sud, avrebbero avuto molte difficoltà nella gestione dell’emergenza. Non ha poi tenuto conto che i potenziali contagiati fossero le stesse persone che fuggivano. E’ stato un comportamento in un certo senso di fuga da se stessi, di fuga dalla realtà con cui invece era doveroso confrontarsi.

Ancora oggi i dati della Lombardia ci dicono che il 40% delle persone si muove giornalmente. E questo dato è allarmante, se si pensa che questa è la regione più colpita dal contagio.

Questo dato ci fa pensare che molte persone, ancora oggi, dopo un mese dallo stato di emergenza, tendono di fatto a negare il problema o quantomeno a sottovalutarlo, mantenendo in primo piano il lavoro, rispetto al problema sanitario e prediligendo un aspetto fortemente autoreferenziale, ad un aspetto altruistico e di tutela della salute.

A livello individuale, chi non rispetta le prescrizioni dei decreti, può mettere in atto livelli di “disimpegno morale”. Si tratta di un meccanismo cognitivo che tende a sottrarsi alle norme, adducendo delle giustificazioni, ad esempio in termini di: giustificazione morale; non rispetto le prescrizioni, perché è più importante che io rimanga in buona salute facendo attività fisica all’aperto, confronto vantaggioso; non mi attengo al decreto, ma non sono mica un ladro o un criminale, diffusione della responsabilità; tanto tutti trasgrediscono le prescrizioni, quindi lo faccio anche io; distorsione delle conseguenze; tanto non faccio del male a nessuno; solo per citarne alcuni.

I livelli di compliance poi possono attenere all’interazione tra gli effetti della quarantena con i profili di personalità.

Persone che soffrono di depressione, potrebbero vivere l’isolamento come insostenibile e potrebbero peraltro essere a rischio di atti autolesivi, se non sono in cura farmacologica.

Personalità antisociali, potrebbero “evadere” l’isolamento della quarantena, perché soffrono l’imposizione delle regole e hanno problemi con l’autorità costituita.

Ovviamente, alcuni soggetti antisociali tendono a trasgredire le norme per fini antisociali veri e propri, ovvero per fini di microcriminalità o spaccio.

Altra categoria che può essere a rischio di tragressione delle restrizioni, sono le persone con disturbi psichiatrici, costretti a coabitare nella propria famiglia che a volte fa fatica a gestire il rapporto con loro.

Sappiamo che i DSM (distretti di salute mentale) stanno lavorando inevitabilmente con delle restrizioni delle attività, soprattutto quelle di gruppo e socializzative. In questa situazione i pazienti psichiatrici possono risentirne in chiave di stabilità mentale.

Un’altra categoria che potrebbe essere a rischio, è quella delle “fasce deboli” che con il protrarsi della quarantena, possono avere un serio e grave disagio economico, che potrebbe innescare anche comportamenti anti sociali.

Chi invece mostra comportamenti adesivi o addirittura scrupolosi di autoisolamento, mostra un alto livello di responsabilità personale e sociale.

La famiglia che si è creata forzosamente con la quarantena come sta reagendo e che criticità finora le sembrano emerse.

 

I recenti dati della DAC (Direzione Centrale Anticrimine)  ci dicono che tutti i reati sono in diminuzione e tra questi anche la violenza domestica. In realtà la preoccupazione è che invece sia in aumento il numero oscuro delle denunce, ovvero che persone, donne in difficoltà, che stanno subendo violenza domestica, abbiano difficoltà a denunciare, data la coabitazione forzata.

Sappiamo che la violenza domestica comporta una “coazione a ripetere” che vede spesso vittime donne e bambini e che difficilmente si attenua in una situazione di coabitazione forzata, semmai tende ad acuirsi.

A questo proposito si fa presente che le persone e le donne in difficoltà possono scaricare due applicazioni sul proprio cellulare per poter denunciare la violenza che stanno subendo: la APP 1522 che è il corrispettivo del numero telefonico nazionale contro la violenza, oppure la APP YOU POL che permettere di segnalare direttamente alla polizia, che può quindi localizzare anche il luogo di provenienza della segnalazione.

Le farmacie inoltre, hanno a disposizione una locandina illustrativa, nella quale è possibile trovare queste e altre indicazioni, su come comportarsi nel caso si stia subendo una violenza domestica.

Il carcere è un contesto notoriamente affollato. Come si può gestire questa situazione di emergenza virale?

Gli Istituti Penitenziari si sono organizzati con il triage per nuovi ingressi dei detenuti, con allestimenti esterni. In alcuni istituti viene misurata la temperatura anche al personale in ingresso in carcere.

E’ una situazione molto complessa, in cui la tendenza auspicata è che si possano attuare delle misure alternative al carcere, nei casi dove queste siano applicabili, come la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

E’ anche auspicabile un monitoraggio sierologico del personale sanitario che lavora in carcere e che è a più stretto contatto con i detenuti, ma anche del personale di polizia penitenziaria che è presente in modo permanente dentro le sezioni.

Importante è in sostanza garantire una “doppia protezione”, con dispositivi adeguati, sia per i detenuti che per tutto il personale operativo negli Istituti Penitenziari.

Per leggere la prima parte dell’intervista:

https://www.nuovefrontierediritto.it/per-iorestoacasaescrivopernfd-a-tu-per-tu-con-la-prof-ssa-laura-volpini-sulle-ricadute-psicologiche-da-emergenza-covid-19/

 

E la seconda parte dell’intervista:

https://www.nuovefrontierediritto.it/come-reagiamo-al-covid-19-i-risvolti-psicologici-in-tempo-di-emergenza-a-tu-per-tu-con-la-prof-ssa-laura-volpini-parte-ii/

 

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