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“LA SOLITUDINE DELL’AVVOCATO” – Testimonianza sul Convegno del 13.11.2013

INTERVENTO NEL CONVEGNO ORGANIZZATO DA ASSOCIAZIONE AVVOCATICRISTIANI SU “LA SOLITUDINE DELL’AVVOCATO”, IN DATA 16-11-2013

a cura dell’Avv. Salvatore Magra

A volte si sente l’esistenza di attenuare la solitudine, attraverso  protesi “esistenziali” o emotive. Partendo dal presupposto che il disagio definibile come depressivo nasce da una disfunzione del metabolismo dei neurotrasmettitori, la psichiatria ortodossa ha elaborato la teoria “organicista”. Questi ultimi (vale a dire i neurotrasmettitori), grossolanamente, sono dei messaggeri chimici, che inviano comunicazioni di benessere all’organismo, favorendo un miglioramento dell’umore e la percezione della gioia di vivere. Si postula che nei depressi i neurotrasmettitori vengano riassorbiti in misura superiore alla norma. Pertanto, la teoria psichiatrica  organicista ritiene che attraverso dei farmaci idonei (gli antidepressivi) possa essere inibito il riassorbimento dei neurotrasmettittori (fra cui assume un rilievo primario la serotonina), in modo da riportare ai livelli fisiologici la presenza dei medesimi.

Alla teoria organicista si contrappone (ma è più oculata una integrazione con la stessa) l’idea che un cambiamento alla chimica cerebrale possa derivare anche da “parole ben dette”, attraverso la psicoterapia. In psichiatria sembrano non esistere dogmi, ma conclusioni, falsificabili in senso popperiano. Da ciò la nascita di alternative alla diade farmaci-psicoterapia. Oltre a queste ipotesi “ortodosse”, sono state elaborate altre tecniche, fra cui il “coaching” (peraltro, rivolto a soggetti non malati), il quale, nelle sue multiformi varianti, utilizza la tecnica americana della programmazione neurolinguistica e la “consulenza filosofica”, anche in considerazione della circostanza che, in base alla normativa vigente, i laureati in lettere e filosofia non possono più divenire psicoterapeuti e hanno creato una sorta di “alternativa”.

Queste protesi “esistenziali” (cui si aggiungono svariate ulteriori varianti, fra cui il counseling, i gruppi di meditazione, etc) vanno adoperate, per ovviare al problema della “solitudine”?  la risposta è quella di accostarsi a tali rimedi “cum grano salis”, cercando di stare lontani dai venditori di fumo.

E’, peraltro, prioritario guardare in se stessi e svestirsi dall’esercizio di un ruolo, nell’attuazione della comunicazione, la quale rappresenta l’altra faccia della medaglia, rispetto alla solitudine. E’ noto che è stata ripristinata la mediazione civile come condizione di procedibilità, per la risoluzione delle controversie: orbene, in tale ambito il mediatore, nella comunicazione con le parti coinvolte, è tenuto a tentare di percepire gli elementi extragiuridici, ulteriori rispetto alla controversia, che appare in primo piano, per tentare di favorire la conciliazione, attraverso il tentativo di percepire degli interessi sottostanti, che una visione appiattita sul giuridico in senso stretto non può consentire di comprendere appieno.

Tale operazione dovrebbe essere compiuta anche dall’avvocato nel dialogo con i Clienti, in quanto in tal maniera è possibile impostare in modo più proficuo la Difesa del medesimo, con l’avvertenza che va , nei limiti de possibile, bandita all’interno dell’atto della comunicazione la tendenza a voler far colpo sull’interlocutore, attraverso una dimostrazione delle proprie conoscenze. Non è indispensabile solo al penalista compenetrarsi nella problematica dell’Assistito, ma anche il civilista deve attuare un’operazione di tale tipo “degiuridicizzando” il giuridico e giuridicizzando il “non-giuridico”, al fine di instaurare un rapporto di empatia con il soggetto che si rivolge al medesimo, in modo tale che si pervenga alla comunicazione fra due uomini, piuttosto che alla comunicazione fra un giurista e un non giurista. Questo è un primo modo per attenuare la solitudine.

Il giurista è protagonista nella creazione delle norme incapsulate nei precetti normativi; la solitudine può attenuarsi anche eliminando il “burocratico”, presente in taluni precetti normativi, che, in taluni casi, implica all’interno di essi, delle “zone d’ombra”, tali che in sede ermeneutica appare vero tutto e il contrario di tutto (ma sto andando agli estremi). Gli strumenti elaborati dai teorici del diritto, per l’interpretazione della legge (interpretazione sistematica, letterale e via dicendo) non sono sufficienti per una corretta esegesi delle disposizioni, in quanto è proponibile anche l’uso degli strumenti adoperati per la critica letteraria e per ulteriori discipline. La solitudine dell’avvocato e del giurista si attenua se si promuove un avvicinamento del medesimo anche ad altri rami del sapere (economia, scienze umanistiche), ivi compresa la psicologia; in tale ambito può rilevarsi l’importanza della conoscenza dei tests proiettivi, fra cui quello di Rorschach, in cui vengono somministrate delle macchie d’inchiostro al periziando e lo si invita esternare il modo come lo stesso interpreta le stesse, in un contesto in cui non esiste una risposta giusta e una sbagliata.

Una conoscenza, sia pur non specialistica, di altre discipline può portare ad un’attenuazione della solitudine, anche attraverso il dialogo con i consulenti, con cui l’avvocato si trovi a interloquire, nell’ambito della sua attività.

La solitudine dell’avvocato si attenua anche attraverso l’aggregazione con i Colleghi. L’ associazionismo pone un problema, vale a dire se la collettività sia una finzione o un vero e proprio soggetto giuridico. A parte ciò, l’aggregazione va attuata anche e soprattutto fra veterani e neofiti. Il “nonnismo” esiste in ogni parte, nel senso che vengono creati impliciti ostacoli all’entrata per l’ingresso di nuovi operatori in un determinato settore. L’uomo è un  “animale sociale”, ma nello stesso residua una componente, appunto, di “animalità”; da ciò la tendenza di taluni “veterani” a delimitare e difendere i confini del proprio territorio, ove ciò sia possibile, fino a quando le energie cognitive e fisiologiche consentono questo.

Sia i veterani, sia i neofiti, in un assetto siffatto, percepiscono una dimensione di solitudine, che può essere attenuata, mutando l’atteggiamento e creando un clima di accoglimento reciproco.

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