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Le analisi psicologiche del suicidio

di Rosalia Manuela Longobardi

 Ultimamente nei vari notiziari appare essere esplosa una vera emergenza suicidi , la quale viene spesso  collegata alla difficile congiuntura economica. Tuttavia la presenza del suicidio è sempre stata una costante della vita umana ed è spesso legata alle difficoltà che la stessa riserva.

Il suicidio è un fenomeno complesso e numerose sono le motivazioni che conducono un individuo a mettere fine alla propria esistenza.

Vari sono stati gli studiosi che si sono dedicati a comprendere i motivi alla base di un gesto spesso semplicisticamente liquidato come gesto insano. Jean Esquirol in “Des maladies Mentales”, pubblicato a Parigi nel 1838, sostenne che l’uomo attenta alla propria vita solo quando delira e i suicidi altro non sono che degli alienati.

Freud, invece, riteneva il suicidio è un omicidio mancato: “il futuro suicida, ha introiettato una figura importante, un tempo amata ed ora odiata, che viene uccisa nell’immaginazione attraverso il suicidio, cioè dirigendo verso se stesso l’ostilità provata nei confronti dell’altro, e  solo attraverso il suicidio,  ottiene l’espiazione dei sensi di colpa provocati dalla coscienza di tale ostilità.

Secondo lo schema interpretativo freudiano si raggiunge con il suicidio un duplice vantaggio inconscio: il vantaggio primario, relativo all’espiazione delle colpe nonché alla punizione dell’oggetto d’amore interiorizzato, e quello secondario, relativo alla colpevolizzazione delle persone significative, contro cui e per le quali, ci si suicida”.

Lo studio che si è mostrato tra i più completi è quello di Durkheim. Egli individuo tre tipologie di suicidio.

Durkheim descrive tre “modalità sociali” di suicidio, che sono: il suicidio egoistico, altruistico e amonico.

Importante e fonte di un vivace dibattito è la valutazione del rischo suicidiario; Sebbene non sia possibile una elencazione esaustiva dei ftatori di rischio possiamo elencarne alcuni.

1) Fattori Anamnestici: suicidi in ascendenti e collaterali, o, generalmente, nell’ambiente relazionale prossimo al paziente; progressi tentativi di suicidio.
2) Fattori Generali: età (in particolare, presenio ed adolescenza),,eventuale presenza di malattie croniche invalidanti di tipo cerebrale o extra cerebrale.
3) Fattori psicopatologici propriamente detti: disturbi depressivi (maggiori e distimia), disturbi schizofrenici, disturbi di personalità, disturbi bipolari. Inoltre, presenza di alcoolismo o tossicomanie.
4) Fattori socio-economici e relazionali: eventi stressanti di vita, perdita del “ruolo” sociale in senso lato, rotture di equilibri affettivi, economici e sociali in generale.
5) Fattori soggettivi: espressione di sentimenti quali: la colpa, l’autoaccusa, l’ incapacità o in guaribilità, infine di solitudine e/o, di isolamento sociale.

6) Fattori aspecifici (sovrastrutturali): epoche di transizione sociale, perdita di valori e periodi di crisi ideologiche o di rischio “epidemico”.

Gli studiosi, oramai sono convinti che non esiste una struttura di personalità ed una specifica psicodinamica connessa al suicidio né una solo fattore scatenante. Un utile strumento, per la valutazione del rischio suicida, è rappresentato dalla Beck Hopelessness Scale, uno strumento di autovalutazione a venti voci, che accerta le aspettative negative di una persona circa il futuro (Beck e Steer, 1988). Tale strumento è adatto, tuttavia, a  valutare solo il rischio suicidio delle persone con stati emotivi depressivi mentre perde di rilevanza laddove collegata a fattori socio-familiari o crisi economiche.

Esulano da spiegazioni psicologiche i suicidi di massa, gli omicidi – suicidi e i suicidi legati a fenomeni religiosi.

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