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Spigolatura Marzo 2014: riflessioni sulla prostituzione.

(a cura dell’avv. Domenico Di Leo)

Senza alcuna pretesa di esaustività, che il contesto didattico non mi consente, vorrei soffermarmi sul fenomeno sociale, prima ancora che giuridico, della prostituzione. Offrirò brevi cenni sulla prostituzione femminile, tralasciando quella maschile, data la maggiore diffusione della prima, con lo strascico di questioni ad essa connesse.

I miti e le leggende sul tema si sprecano, al pari dei pregiudizi e delle convinzioni errate: le alterne vicende del fenomeno della prostituzione è dipeso dall’orientamento politico e religioso maggioritario, il quale a volte ha mostrato tolleranza, altre volte ha perseguitato duramente il fenomeno.

La prostituzione è generalmente definita come una prestazione sessuale a scopo di lucro in quanto è l’esito di una transazione commerciale indiscriminata, nel senso che la transazione avviene fra estranei e presuppone l’assenza di scelta del partner[1]. Tale definizione non chiarisce il contenuto della transazione, contenuto che nel corso dei secoli è mutato notevolmente. Ad esempio, non rientra nel concetto sociologico di prostituzione non rientra il rapporto sessuale occasionale in cambio di cibo o di regali o l’usufruire di servizi sessuali, come le gratificazioni sessuali ricevute attraverso stimoli visivi o auditivi (chat line erotiche, spettacoli  luci rosse etc.). Nella definizione di prostituzione non rientra neppure la pornografia, seppur le voci siano contrastanti in sociologia e in giurisprudenza, in quanto, accanto ad alcuni elementi della prostituzione, manca quello principale, il contatto fisico: esso avviene fra attori ed attrici mentre cliente entra in un rapporto commerciale con chi sfrutta quelle immagini e i relativi diritti, non con gli attori.

Neppure nel passato, la definizione di prostituzione era pacifica: nel Medioevo era considerata prostituzione ogni comportamento sessuale compiuto pubblicamente, anche in assenza di uno scambio di denaro. In questo periodo nascono molte legislazioni, comunali e nazionali, del fenomeno in esame e tutte individuavano nell’offesa alla morale pubblica: questo elemento è sopravvissuto in molte legislazioni contemporanee.

Gli antropologi affermano che non è affatto vero che la prostituzione sia il mestiere più antico del mondo. Infatti, il carattere professionale e quello universale sono discutibili: la prostituzione non è esistita in tutte le società umane, non è stata presente sempre ed è stata soggetta a variazioni nel tempo[2].

Queste brevi riflessioni inducono a ritenere che la prostituzione vada considerata una variabile piuttosto che una costante della società umana, nel senso generale dell’espressione. Infatti, è stato riscontrato che le condizioni che favoriscono il fenomeno della prostituzione vanno individuate nella presenza di norme di comportamento sessuale nettamente differenziate fra i due sessi e nella presenza di un doppio standard (c.d. doppia morale) che impone alle donne l’obbligo di fedeltà e per gli uomini ammette la libertà sessuale, limitata solo dalla differente disponibilità di risorse economiche e di energie fisiche. Altri fattori che favoriscono la diffusione della prostituzione sono dati dall’assenza di meccanismi che consentano agli uomini di ottenere la disponibilità di donne che svolgono un ruolo equivalente a quello delle prostitute e dalla presenza di donne ‘non matrimoniabili’ (vedove, donne non più vergini, divorziate etc) che, sul cd. ‘mercato matrimoniale’, hanno un valore ridotto, se finalizzato all’unione matrimoniale. Naturalmente, i fattori coinvolti nelle dinamiche del fenomeno della prostituzione sono tanti e dipendono dall’interazione di individui o di gruppi che si dedicano, ad esempio, alla c.d. ‘tratta delle schiave’, che si verifica quando le famiglie (di solito, i componenti di sesso maschile delle famiglie) vendono le donne appartenenti al clan le quali, una volta vendute, sono costrette a prostituirsi[3].

Non tutte le forme di prostituzione sono omogenee: una prima distinzione si verifica sul piano del livello di impegno e del coinvolgimento occupazionale, distinguendosi coloro che esercitano la prostituzione in modo continuativo, occasionale o temporaneo. Una seconda distinzione prende le mosse dal contesto occupazionale, cioè dal luogo in cui si svolge l’incontro fra il cliente e la prostituta, potendo esso avvenire al chiuso o all’aperto: inoltre, nel primo caso, occorre distinguere in quale tipo di ambiente viene esercitato il meretricio (case chiuse, bordelli, night club – autorizzati o clandestini – abitazioni private e così via). La distinzione fra tipi di prostitute e la correlata esistenza di diversi status risale al mondo greco – romano. In particolare, gli Ateniesi[4] distinsero fra le pornè, che esercitavano in strada o nei porneion, di bassa condizione sociale, e le etère, che sin da bambine, venivano istruite alla danza, al canto e alla musica per accompagnare, dietro versamento di danaro, gli uomini nei banchetti e in altre occasioni[5]. Si è detto che la prostituzione può essere di strada o al chiuso: ormai da decenni, si è diffusa una terza modalità di prostituzione, quella delle  c.d. ragazze – squillo. In questo caso, il contatto fra cliente e prostituta avviene per il tramite di annunci su giornali quotidiani o riviste o altri canali comunicativi analoghi oppure attraverso l’intermediazione di agenzie specializzate nel fornire hostess o accompagnatrici. A differenza dei due modelli precedenti, in questo caso non è la prostituta che adesca il cliente ma attende che questi la contatti: in genere, la prostituta interrompe la pubblicità tramite gli annunci e il suo principale canale di pubblicità diviene il passaparola dei clienti soddisfatti.

Questa interessante tematica merita approfondimenti ben più ampi rispetto ai cenni forniti nel presente contributo: tuttavia, avviandoci verso la conclusione, occorre fare un riferimento alle politiche che uno Stato può adottare verso il fenomeno.

Da un punto di vista strettamente formale, le prostitute svolgono un lavoro per il quale offrono prestazioni sessuali in cambio di denaro: il contenuto del servizio prestato è sessuale ma la finalità del servizio è economica, essendo rappresentata dalla retribuzione. Al pari di ogni altra attività economica, la prostituzione risente dell’azione di due istituzioni: il mercato e lo Stato.

Il primo influenza la prostituzione garantendo l’incontro fra domanda ed offerta di servizi sessuali: l’offerta di ragazze giovani ed avvenenti, di cui viene assicurato il ricambio, determina anche il calo dei prezzi, al pari di ogni altro bene o servizio presente sul mercato.

Lo Stato influenza la prostituzione attraverso l’adozione di politiche che esso ritiene opportune in vista del raggiungimento di determinati obiettivi. Sono quattro la possibili scelte[6] che uno Stato può effettuare.

  1. Il regolazionismo permette l’esercizio del mestiere ma considera le prostitute come una minaccia all’ordine pubblico, alla salute, alla morale e perciò vede con favore un penetrante intervento di controllo da parte di varie istituzioni nella loro vita e attività, controllandone la modalità di svolgimento, assoggettandole al controllo della polizia e dei medici, segregandole da un alto, nei bordelli e, dall’altro, nei sifilocomi o negli ospedali, quando erano ritenute pericolose per la salute pubblica.
  2. L’abolizionismo permette l’esercizio della prostituzione ma non considera pericolose le prostitute. Questo tipo di politica non regolamenta nessun aspetto relativo alla prostituzione. In contesti abolizionisti, viene arricchito l’elenco delle ipotesi di sfruttamento della prostituzione e, di conseguenza, si restringe l’ambito di esercizio legale del ‘mestiere’.
  3. Il proibizionismo vieta la prostituzione e condanna moralmente la prostituta: di conseguenza, la vendita di servizi sessuali prevede varie sanzioni comminate alla prostituta ma non al suo cliente.
  4. Infine, l’ultima politica prevede la criminalizzazione del cliente: la prostituzione è vietata ma viene colpito il cliente anziché la prostituta, operando un’equiparazione fra il rapporto cliente – prostituta ad un atto i violenza del primo nei confronti della seconda. Un solo Stato ha adottato una politica di questo tipo ed è la Svezia, dal 1999.
  5.  Un quinto tipo di politica, che in realtà è una variante del primo, considera la prostituzione un lavoro vero e proprio, regolamentato al pari di ogni altro lavoro convenzionale, senza discriminare chi la esercita. Un esempio di questo tipo è fornito da Paesi come l’Olanda e la Germania. Questo orientamento è noto con il nome di neo – regolazionismo.

(a cura dell’avv. Domenico Di Leo)



[1] Davis N. J., Prostituzione, in Enciclopedia delle scienze sociali, vol. VII, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana.

[2] Ad esempio, fra gli amerindi e gli aborigeni australiani la prostituzione era piuttosto rara prima dell’arrivo dei colonizzatori. In alcune società asiatiche, a differenza di altre società del medesimo continente, la prostituzione è stata in larga misura una creazione occidentale: ciò è avvenuto in Vietnam, dove la sparizione dei mestieri femminili tradizionali e l’espropriazione delle terre avrebbero determinato migrazioni di massa dalle zone rurali a quelle urbane, lasciando a molte donne la prostituzione, come unica fonte di sostentamento. Il fenomeno si accentuò notevolmente con l’arrivo dei militari statunitensi nel 1965. Cfr. Davis, ibidem.

[3] Symanski R., The immoral landscape: Female prostitution in western societies, Toronto, 1981.

[4] Anche se storicamente è stata tramandata l’immagine di Atene come una città – stato moderna ed emancipata, in realtà in essa le donne vivevano segregate in casa ed escluse dalla comunità, a differenza di quanto accadeva a Sparta e nel coevo mondo dauno: infatti, la civiltà italica preromana riservava alla donna un ruolo di domina nei rituali connessi al culto delle divinità dei Lari e ai riti di purificazione legati al culto dell’acqua. Ne derivava un’immagine emancipata della figura femminile, non più relegata al ruolo di madre e donna di casa ma cui veniva riconosciuto un ruolo sociale generalmente ammesso e condiviso.

[5] Pioletti G., Prostituzione in Digesto, 4° ed., 1995, Vol. X, Torino, Utet, pp. 271 – 96; Mereu I. Prostituzione. Storia, in Enciclopedia del diritto, Vol. XXXVII, Milano, pp. 440 – 51. Citati in Barbagli, Colombo, Savona, Sociologia della devianza, Il Mulino, 2003, cap. 4.

[6] Si veda Barbagli, Colombo, Savona, cit., pp. 125 – 126.

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